mercoledì, 25 novembre 2009
Sono soltanto in 2 ma, a giudicare dalla quantità di rumore che producono, sembrano almeno il doppio. Sono fratelli ma, a guardarli, proprio non si direbbe. La loro musica è grezza ma accessibile.
Si potrebbe continuare all’infinito col giochetto delle contraddizioni per descrivere Instant: Love, ep d’esordio dei varesini Violet Naif Implosion, col rischio di non coglierne la inusuale capacità di coniugare universi assai distanti. Rumor bianco e delicatezze pop. Come dire Jesus & Mary Chain.
Ma c’è dell’altro. Anzitutto un’attitudine sinceramente punk, uno sguardo sulle cose che è insieme incazzato ma anche gioioso. E poi c’è un’urgenza e una genuinità che fanno la differenza e che lasciano cadere in secondo piano qualche lungaggine di troppo. Cantano del’amore, quello che non ti cambia la vita perché non è nato per durare per sempre, e che tuttavia fa gridare di disperazione. Amore del momento. Amore da giovane. Brani come Bipolar Xplose e Love song suonano come suonerebbe l’incontro (o lo scontro?) tra Dinosaur Jr e Mudhoney, con muri di chitarre urticanti, ritmica frenetica e devastante e un cantato a volte pigro e strascicato, a volte furioso e disperato. Ancora contraddizioni…
Eppure non sfugge l’anima “pop” del progetto, la voglia di rimanere immediati e accessibili nel senso più nobile dell’espressione. Sfido chiunque a resistere alla tentazione di cantare a squarciagola Lady Bug dopo appena un paio di ascolti!
Sono solo 4 le tracce di questo Instant Love, la cui chiusura è affidata a Lollipop Man, suite strumentale in due parti che lascia emergere il lato più noise e sperimentale della band, dove l’hardcore si accoppia con certa psichedelica, concludendo in maniera interessante l’ep.
Il nostro augurio è che i fratelli Ferrara percorrano la strada delle canzoni, perché a chi spetta il compito di scriverle se non a chi dimostra di saperlo fare? Ed è un augurio che rivolgiamo in primo luogo a noi stessi, che abbiamo sempre più bisogno di questo tipo di sincerità espressiva.

(Carlo Venturini)

 
Per farvi un'idea, qui (e cioè sulla pagina MySpace dei Violet Naif Implosion) potete ascoltare l'ep in streaming. Buon ascolto!
 

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martedì, 17 novembre 2009
Pubblico di seguito il testo della prima recensione ottenuta dal nostro ultimo album La Metafisica Degli Alberi. Per chi fosse interessato, il testo nella sua pagina d'origine si trova qui. Buona lettura!!

Quello che continua a stupirmi del Laboratorio Musicale fiorentino di Demetrio Scelta ed Alessio Chiappelli è la grande capacità di sapersi reinventare ad ogni nuovo disco, e con questo siamo a 3, di saper reinterpretare se stessi pur mantenendo sempre ben salde e riconoscibili le proprie radici, culturali e musicali e così dopo la sperimentazione estrema di "Agosto" troviamo con questo La metafisica degli alberi un approccio decisamente più intimo e minimale, un sussurro che diventa ossessione, un disco dove è il messaggio, forse ancor più che ne "Il perfezionamento dello spreco" il centro, il fulcro attorno a cui ruota tutto il resto.

Approccio intimista ma dal piglio teatrale, un approccio per certi versi drammatico in cui non mancano però punte di ironia come in Ma voi potreste? e con un velo ossessivo a fare da sfondo, frasi ripetute all'infinito ad indicare un messaggio diretto, ben preciso e delineato e brani come Indifferenza e Metafisica ne sono validi esempi, raggiungendo peraltro lo scopo di fissarsi indelebilmente nella memoria.
Passaggi eterei, carezze poetiche ci vengono proposti con Die Welle e Life in glasshouse. Ritroviamo infine quel senso di teatrale drammaticità, di cantato che è un parlato quasi sussurrato, confidenziale nei quattro brani che chiudono questo La metafisica degli alberi.

L'album è disponibile nella versione CD singolo e nella versione CD+CD Bonus contenente 5 brani ulteriori scritti e registrati durante le session de La Metafisica Degli Alberi.

Continuano a stupirmi i ragazzi fiorentini, sia per la capacità di mutare pelle rimanendo sempre se stessi e sia, sopratutto, per il fatto di avere ogni volta un messaggio da mandare, di avere realmente l'urgenza di dirci qualcosa e con grande merito, di riuscire in questo; menti pensanti che noncuranti delle apparenze o della necessità di convincere e piacere a qualsiasi costo mettono a parte qualsiasi tipo di compromesso ed esprimono esclusivamente, unicamente e liberamente se stessi, solo per questo si meritano i miei complimenti, poi se anche il contenuto è, a parere di chi scrive, apprezzabile e gradevole, tanto di guadagnato.


(Salvatore Siragusa, da Artists&Bands)

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giovedì, 12 novembre 2009
AgoràA volte su questo blog trovano pubblicazione recensioni di film, come i più assidui tra voi avranno notato: certo non con sistematicità, ma non appena c'è qualche visione "cinematografica" che mi colpisce non esito a scriverci su due parole. Però c'è un film del quale rischio di non poter parlare, nemmeno se volessi: questo film è Agora, del regista cileno Alejandro Amenábar, già autore di The Others e Mare Dentro. Rischio di non poterne parlare perchè il suo autore, Amenábar appunto, ha scelto per esso un tema che ha scatenato, per l'ennesima volta, l'ostracismo religioso ed il timore reverenziale delle case di distribuzione cinematografica. Agora racconta la storia di Ipazia, scienziata e filosofa alessandrina, depositaria di una grandiosa e millenaria cultura, che fu trucidata dal vescovo di Alessandria Cirillo in nome, manco a dirlo, della fede cristiana. Oggi si sta cercando di fare quello che altri hanno fatto con interi popoli: cancellarne la memoria, e persino il nome nella cultura popolare, in quanto, evidentemente, la sua storia potrebbe costituire motivo d'imbarazzo per le gerarchie ecclesiastiche; oppure no, magari si tratta soltanto della stupidità preventiva cui, purtroppo, le figure religiose più importanti di questo paese allo sbando non smettono mai di dare prova.
In ogni modo, è nostro dovere combattere perchè il film non sia censurato e trovi una distribuzione adeguata. Quindi, qui di seguito trovare un sito con una petizione perchè il film venga distribuito, il sito ufficiale dell'opera e la pagina Facebook (per chi usa Facebook) che sostiene questa nostra stessa battaglia. Qui, invece, la pagina Wikipedia relativa al film di Amenábar.
Fatevi sentire!

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sabato, 31 ottobre 2009
Raramente accade che capiti di ascoltare una manciata di canzoni letteralmente stupende, di quelle che ti riscaldano il cuore, e, dopo pochi giorni, di assistere ad un live di coloro che queste perle le hanno estratte. In questi casi è praticamente automatico che ti lasci catturare da loro, da questa combinazione, dalle canzoni e da coloro che le suonano.
A me è capitato non molto tempo fa con questi Nico & the gentless3, terzetto siciliano dotato di una qualità che non fa vendere dischi ma fa scrivere musica che colpisce l’anima: la purezza. Purezza in alcun modo da leggersi come ingenuità, ma come il risultato della piena consapevolezza della propria rara sensibilità.
Nonostante un nome che richiama alla mente i Velvet e la musa warholiana, in realtà, con lou Reed e soci, i tre siciliani non paiono aver molto a che fare, dedicandosi invece alla scrittura, in larga parte, di ballate scure, introverse ed emotive, evocative e commoventi. Un suono che richiama alla mente certa America anni novanta, intrecci di chitarre che citano il post-rock delle origini, certe ritmiche rilassate ma non rilassanti.
Si parte con Since '98 e vengono in mente i Calla privati di quella spocchia che li ha sempre tenuti un po’ Nico & The Gentless3 livedistanti. Si tratta di uno dei brani più belli dell’intero lavoro. Umiltà ma non remissività, questa la ricetta. Come dire: la rivoluzione a mani nude. Comeback from? e Alphabet city citano i primi Karate, con quegli intrecci di chitarre ossessivi e voce a scandire, in un perfetto equilibrio di pace tormentata e rabbia trattenuta di chi sa che bisogna pur fare. Ignorando cosa. Il contrabbasso si impadronisce di On busting the sound barrier, trasposizione in musica di una poesia di Bob Dylan, e l’atmosfera si fa più rarefatta: se Dylan incrociasse i The Black Heart Procession, probabilmente, suonerebbe così. Peggy and the houses trasuda magnifica disperazione con i suoi 4 minuti trascorsi a cantare sdraiati sul pavimento, sguardo al soffitto. E’ la canzone che gli Idaho non riescono più a scrivere dai tempi del primo disco ma insomma, che importa, qualcun altro l’ha fatto. E tanto basta.
E’ davvero difficile trovare un solo momento di questo disco che non trasmetta devozione e sincerità ( a melodia esanime e senza tempo di Another ghost world).
Non c’è la voglia di stupire ad ogni costo, ma l’amore incondizionato per la propria musica. Amore che condividiamo e che speriamo possa, almeno in parte, trasparire dalle nostre parole.

(Carlo Venturini)

Per saperne di più, cliccate la pagina MySpace ufficiale dei Nico & The Gentless3, oppure questa pagina di Virb, dove potrete ascoltare ancora qualche pezzo.
 

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venerdì, 23 ottobre 2009
"E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell'aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull'aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato."
(David Foster Wallace, Una Cosa Divertente Che Non Farò Mai Più)


Una Cosa Divertente Che Non Farò Mai PiùAvete mai sognato, o desiderato, o temuto di partecipare ad una di queste sfarzose crociere pubblicizzate in tv o sui giornali, che sembrano sempre essere perfette, colme di lusso, relax, divertimento, nuove esperienze assolutamente irrinunciabili? David Foster Wallace probabilmente no, ma… ha dovuto farlo, quando qualcuno gli ha commissionato un reportage giornalistico, che si è tramutato poi nel saggio Una Cosa Divertente Che Non Farò Mai Più, saggio che, nell’edizione americana, dà il titolo ad una raccolta contenente anche gli scritti pubblicati in Italia all’interno di Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado ed altre cose divertenti che non farò mai più, di cui si è già parlato su queste pagine. Chiaramente non attendetevi un reportage consequenziale o classico, meno ancora una sorta di Brochure dall’ingombrante dignità letteraria, piuttosto accostatevi a questo piccolo capolavoro di ironia come vi accostereste ad un mattoncino che compone un edificio assai più vasto, e cioè quello della profonda riflessione portata avanti da Wallace, lungo tutta la sua bibliografia, riguardo al tema del divertimento nelle nostre società occidentali avanzate: Wallace rimane fedele a se stesso, alle proprie idee e al proprio stile, e proprio dal punto di vista stilistico possiamo fin da subito notare come Una Cosa Divertente... si configuri quasi come una summa del modus operandi del grande scrittore americano, se non altro per l'uso massiccio (e diegetico) delle note a più pagina. Leggendo queste pagine penserete a più riprese a cosa non saremmo capaci di fare per un po’ di divertimento in più; a quali ridicole figuracce saremmo in grado di piegarci per non dovere, almeno per un secondo, pensare; a quali grottesche attività sapremmo dedicarci pur di non provare nemmeno un istante di lunga, profonda, comune noia. E’ convinzione di Wallace, come emerge dalla lettura dei suoi testi, che viviamo nella “società del divertimento”, una condizione conseguente al grande benessere cui il nostro stile di vita è conformato: una crociera diventa così un’occasione ulteriore per essere “viziati”, per non dover fare assolutamente nient’altro che ciò che ci diverte, senza domandarsi niente, senza preoccuparsi delle conseguenze, serviti e riveriti da figure che spesso non hanno volto né nome, e che sembrano dedicare tutto il loro tempo a noi soli, come costituissimo la loro “missione”. La grande capacità di Wallace, quella di condensare un intero mondo all’interno di un balletto di parole, si ritrova qui al suo massimo: sono folgoranti tutte le descrizioni delle attività crocieristiche, dei personaggi che animano questa settimana ai Caraibi, dai capitani e comandanti tutti di origini greche (e non è una sorpresa, come ci ricorda Wallace, visto che i greci sono uno dei popoli che hanno dominato il mare da sempre nella storia dell’umanità) alla varia umanità del tavolo 64 (quello assegnato al passeggero Wallace durante la crociera nel ristorante Caravelle a 5 stelle), al cameriere del tavolo, Àgoston, affettuosamente rinominato “L’Aràgoston”, a Petra, la silenziosa, rapidissima ed invisibile inserviente destinata alla perfetta pulizia della cabina 1009, quella nella quale alloggia, durante la crociera, il passeggero Wallace, a tutte le altre figure che si alternano ed incontriamo nella lettura, a volte in modo fulminante (tutti gli ufficiali greci in occhiali da sole d’ordinanza,il maitre rettileo etc. etc.) altre con succose digressioni sui loro strani comportamenti, come Capitan Video, prototipo vivente di colui che, piuttosto che viversi la vacanza e il relax dedicato, tenta di protrarla infinitamente nel tempo registrando e riprendendo qualsiasi cosa, a costa di non cogliere il “momento”. Ovviamente non bastano queste poche parole per riassumere un testo ricchissimo e tanto divertente (ci sono momenti in cui vi sorprenderete a ridere da soli, nel corso della lettura, e non è un’esagerazione di un lettore entusiasta), ma soprattutto grondante così tanti stimoli per la riflessione, perché forse Una cosa divertente che non farò mai più è soprattutto una fulminante, lucida e spietata analisi del comportamento del turista americano (ma poi per esteso, in un’epoca nella quale ormai, come voleva Wenders, l’America ha colonizzato le nostre menti, i nostri sogni e il nostro americano, del turista tout- court, qualunque sia la sua provenienza o appartenenza geopolitica), del “vacanziero” nella società del benessere e del piacere, e non sorprendetevi quindi quando vi scoprirete a condividere con Wallace, inizialmente anche solo in maniera inconscia, pensieri che avete sempre formulato dentro di voi ma forse senza mai avere la forza, il tempo o il coraggio di dar loro quella sistematizzazione ch’essi meritavano senz’altro, perché il grande segreto di questa come di ogni altra delle grandi opere di questo scrittore (ma come di ogni altra grande opera d’Arte) è quello di riuscire a parlare a ciascuno di noi mentre parla a noi tutti, di riuscire ad entrare in contatto con l’intimo di ogni lettore accompagnandolo nel tempo della lettura come se ogni parola fosse diretta esattamente a lui, e non semplicemente a chiunque legga. In sostanza, leggere un grande libro è un po’ come leggere dentro noi stessi che è un po’ come leggere dentro tutti noi: io personalmente, quando leggo Wallace, mi sento meno solo, e spero che questo possa capitare anche ad altri. Anzi, sono certo che è cosi. E se così non fosse, appena leggerete Una cosa divertente che non farò mai più e scoprirete (quasi subito) quale sia il significato della parola “pamper”, non dovrete far altro che lasciarvi viziare da questa scrittura geniale e da quest’opera dal fascino inesauribile.

Ho visto spiagge di zucchero e un’acqua di un blu limpidissimo. Ho visto un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato “Mister” in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americano benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric Slide. Ho visto tramonti che sembravano disegnati al computer e una luna tropicale che assomigliava più a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche sospeso in aria che alla cara vecchia luna di pietra degli Stati Uniti d’America che ero abituato a vedere. Ho partecipato (molto brevemente) a un trenino a ritmo di conga. […] Ho visto un sacco di navi bianche veramente enormi. Ho visto frotte di pesciolini con le pinne luccicanti. Ho visto un parrucchino in testa a un ragazzo di tredici anni. (Ai pesci luccicanti piaceva ammucchiarsi tra la carena e il cemento delle banchine ogni volta che attraccavamo.) Ho visto la costa settentrionale della Giamaica. Ho visto e sentito la puzza di tutti i 145 gatti che vivono nella villa di Ernst Hemingway a Key West in Florida. Ora conosco la differenza tra Bingo e Superbingo, e cosa significa quando il jackpot del Bingo va “a palla di neve”. Ho visto videocamere che praticamente richiedevano un carrello; ho visto valigie fosforescenti e occhiali da sole fosforescenti con cordicelle fosforescenti e più di venti tipi diversi di ciabatte infradito. Ho sentito tamburi da banda di paese e ho mangiato frittelle di sgombro e ho visto una donna in lamé argentato che vomitava a getto dentro un ascensore di vetro. Ho tenuto il ritmo di due quarti puntando il dito verso il cielo esattamente sulla stessa disco music sulla quale odiavo puntare il dito verso il cielo nel 1977. Ho imparato che in realtà ci sono intensità di blu anche oltre il blu più limpido che si possa immaginare. Ho mangiato più che mai e piatti più sofisticati che mai, per di più nella stessa settimana in cui ho imparato anche la differenza tra beccheggiare nel mare agitato e rollare nel mare agitato. Ho sentito un comico professionista dire seriamente al pubblico: “A parte gli scherzi”. Ho visto completi fucsia e giacche rosa mestruo e scaldamuscoli viola e marrone e mocassini bianchi senza calzini. Ho visto croupier professioniste così carine che ti facevano venire voglia di fiondarti al loro tavolo e perdere fino all’ultimo centesimo a blackjack. Ho sentito cittadini americani maggiorenni e benestanti che chiedevano all’Ufficio Relazioni con gli Ospiti se per fare snorkeling c’è bisogno di bagnarsi, se il tiro al piattello si fa all’aperto, se l’equipaggio dorme a bordo e a che ora è previsto il Buffet di Mezzanotte. Ora conosco l’esatta differenza mixologica fra uno Slippery Nipple e un fuzzy Navel. So cos’è un Coco Loco. Sono stato oggetto in una sola settimana di oltre 1500 sorrisi professionali. Mi sono scottato e spellato due volte. Ho fatto il tiro al piattello sul mare. È abbastanza? In quei momenti non sembrava mai abbastanza.

sabato, 17 ottobre 2009
E' con grande onore che vi presento un video, da me diretto, per lo splendido brano Rain Is Coming Faster, tratto dal primo album dei Ka Mate Ka Ora, Thick As The Summer Stars. Buona visione!



Hias ha buttato giù questi tre o quattro accordi alle 10:44
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venerdì, 09 ottobre 2009
Il sottobosco musicale italico è pieno di gioielli. Ma di certo questo lo sapete già. Spesso, questi gioielli rimangono lì, magari qualcuno li scova ma non ha la forza o il coraggio di tirarli fuori.
Tra quelli in attesa di essere portati definitivamente alla luce ci sono gli Ofeliadorme, quartetto di stanza a Bologna, dedito a sporcare di sporadici inserti elettronici la sostanza elettro-acustica, che non sarà ricetta nuova ma che in questo Sometimes it’s better to wait è declinata all’insegna del gusto e del senso della misura. Si comincia con To wait e si capisce che sullo sfondo non ci sono esanimi ghignatine indie all’italiana, semmai un occhio buttato là, alla P.J. Harvey meno rabbiosa e più ispirata. La voce di Francesca Bono è ambiziosa, disegna melodie che pretendono attenzione, non disposte a svelarsi all’ascolto superficiale. A voi decidere se si tratta di pregio o difetto, ma se siete avvezzi all’ascolto usa e getta, vi conviene fermarvi qua, non troverete molto che faccia per voi in questo disco. Chi, invece, avrà la voglia di andare avanti finirà col rimanere imprigionato in New pieces of science, nelle sue tenere trame strumentali, nelle sue chiusure e aperture, con basso e chitarre a guidarsi a braccetto. Con Bells verrete trascinati nella delicata malinconia tanto cara ai Picastro, dove rare note e tanta intenzione vi sapranno accudire. Ché la malinconia, svegliatevi, non è solo roba vostra! Eppure l’episodio più fascinoso di tutto il lavoro pare proprio The ballad of the bitter end, dove la voce di Francesca si fa sussurro in mezzo ai rumori di fondo , e se vi lasciate avvicinare, non potrete non chiudere gli occhi e lasciarvi cullare da questa dolce e un po’ sghemba ninnananna, come quelle che qualche tempo fa vi sussurrava Lisa Germano in persona.
The ballad of the bitter end è la chiusura di un EP che mette in luce una rara capacità di padroneggiare le idee e le capacità di cui la band dispone. Non vi colpirà al petto, né vi rivelerà verità ignote, ma chi l’ha detto che la musica (come l’arte) debba sempre scuotere? Talvolta è bello anche lasciarsi cullare…

(Carlo Venturini)


Per approfondire, qui trovate il MySpace ufficiale della band, dove potrete ascoltare un pò dell'ep in streaming, e qui il sito internet, dove potrete scaricare l'ep o trovare tutte le istruzioni necessarie a procurarvene una copia personale, oltre alle informazioni sui live e quant'altro possiate desiderare. Buon ascolto!

Hias ha buttato giù questi tre o quattro accordi alle 08:56
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venerdì, 02 ottobre 2009
Pensate a quelle signore che si preparano all’ultimo giorno della loro vita tessendo cuscini da toilette per tema di tradire un interesse troppo vivo nel loro destino: quasi si potesse uccidere il tempo senza ferire l’eternità. La maggioranza degli uomini vive in quieta disperazione. Ciò che si chiama rassegnazione è disperazione rafforzata.
(Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei Boschi)


È con profondo interesse che mi sono avvicinato a questo progetto di Simone Molinaroli, poeta pistoiese, e dei S.U.S., band del mio “compagno di incursioni musical- sperimental- avanguardistiche” Alessio (che abbiamo già incontrato una o due volte sulle pagine di questo blog), che rappresenta, fatte le dovute proporzioni, un’intensificazione e una compiuta realizzazione di quelle che sono le istanze che vorrebbero animare lo stesso progetto musicale chiamato Èos di cui questo blog è una costola (la costola “parlante” o “scrivente”, per così dire…). Accanto alla vita che, inesorabilmente, scivola via ogni giorno senza che nessuno di noi sappia scegliere a cosa e a come pensare per nobilitarne i momenti apparentemente più vuoti e futili, e accanto ad entusiasmi sempre più freddi e secchi come foglie e rami morti, La Conseguenza Di Tutto dimostra che esiste ancora la resistenza di chi non si arrende alla “terribile assenza di poesia” già denunciata da Pier Paolo Pasolini, che ci precipita nell’abbrutimento, nel rincoglionimento televisivo e nell’estetica del già visto- già sentito- niente- mi- tocca- mi- annoio- e- credo- che- me- ne- resterò- qui- senza- far- nulla- a- lamentarmi- da- adesso- all’eternità. Innanzitutto parlare di questo breve ep (cinque brani in tutto) costringe a confrontarsi con quella che, a mio modo di vedere, dovrebbe essere l’essenza di ogni musica che voglia considerarsi Arte matura, e cioè la compenetrazione di Parola e Suono, Significato e Significante che non possono essere accidenti ma devono nascere, in armonia, accordo od opposizione che si voglia, seguendo un preciso intento comunicativo: siamo oberati da musica che non significa niente e da parole che, parimenti, hanno perso ogni connotazione, e la fusione originale di musica e poesia che Molinaroli e i S.U.S. ci propongono tenta di ovviare a questa situazione che non esiterei a definire disperata mettendo da parte tutto ciò che è superfluo e concentrando i mezzi e l’attenzione sul cuore vivo e pulsante delle liriche, testi poetici tratti dalle raccolte dello stesso Molinaroli Cani Al Guinzaglio Nel Ventre Della Balena e Il Crollo Degli Addendi. In effetti mi sembra riduttivo definire La Conseguenza Di Tutto semplicemente un “reading”, altra parola che va estremamente di moda ma che rischia, nella facilità con cui la si pronuncia, di perdere la sua ideale connotazione: qui c’è qualcosa di più che questo. Il basso pulsante e le distorsioni che dipingono panorami di desolazione e abbandono su cui si stagliano netti e potenti i versi declamati da Molinaroli, le ritmiche serrate e contratte che lasciano col fiatone ad inseguire la Parola, i riverberi e i suoni atmosferici e lontani, come di un mare freddo e piatto, una musica che sa essere incalzante quanto lenta, violenta quanto suggestiva, semplice quanto ricercata ed elegante; e ancora “l’invenzione che di due solitudini/ fa una festa feroce”, la definitiva affermazione dell’anestetizzato homo televisivus, per il quale l’orrore della vecchia storia dell’assassino che compare alla finestra man mano che completa un puzzle che scopre con crescente angoscia rappresentare la stanza nella quale egli si trova si trasforma in qualcosa di paradossalmente opposto, l’assenza di ogni emozione, e infatti “il terrore è scarico/ buonanotte”, e il “moto ondoso” dei ricordi e la sensazione di esser “nati lontano”, dove tutto è in qualche modo intonso e forse disinteressato, dove non siamo altro che “la dolorosa assunzione della verità”, dove “sceicchi affondano il culo in piscine senza senso”, un mondo così lontano eppure, allo stesso tempo, tanto vicino, il nostro mondo fatto di vite che scivolano via svicolando dietro un angolo, come se fossimo tutti un po’ “curve della strada”, per dirla con Pessoa, e come se si morisse ogni giorno un po’ nel rinunciare alla nostra umanità e, sapendo bene come questa sia la più assoluta tra tutte le verità, spegnendosi in uno sguardo che nega il mondo e gli Altri per affermare solo, con quella che Wallace avrebbe definito “modalità predefinita naturale”, l’irriducibilità del nostro personale egoismo. Mi risulta estremamente difficile parlare con consequenzialità di un progetto che ha saputo ridestare in me numerose considerazioni, e forse a chi dalla musica si aspetta solo Intrattenimento, Emozione (altra parola fastidiosamente abusata), colonna sonora di un momento più o meno speciale della vita o quant’altro, probabilmente queste parole suoneranno ampollose, strane e, in ultima analisi, noiose e superflue. Ma questi cinque brani ci insegnano qualcosa di più: ci insegnano che dall’incontro- scontro tra la Melodia e la Poesia, tra il puro Suono e la Parola può scaturire un mondo diverso, nuovo, e uno sguardo aperto su questo mondo, un’alternativa a tutto quanto c’è di più gretto e piccolo e grigio, e la speranza di poter realizzare questa alternativa, con la forza, l’impegno, la passione, il cuore. Mi rendo conto di come certe parole, quali ad esempio la parola “impegno”, al giorno d’oggi e specialmente quando si parla di musica possano sembrare fuori luogo, pretestuose, e lascino immaginare solo proposte pseudo- intellettualoidi prive di valenza concreta, quasi che uno sguardo lucido e critico sulla realtà fosse qualcosa da rifuggire a vantaggio di un mondo di plastica e palloni gonfiabili, carico di colori stordenti nelle loro tonalità metalliche, “carico di letterine”, di cantanti che emergono da programmi televisivi sberciando più o meno a caso in un microfono, del vecchio tubo catodico che oggi sembra unica fonte creatrice di realtà, come se l’unica aspirazione degna e condivisibile fosse quella alla “libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato” (sempre con le parole del buon vecchio David Foster Wallace), di spegnersi e lasciarsi esistere in background, come quando il mio pc cerca di fare la scansione antivirus preoccupandosi di “non disturbare” ogni altra possibile, preziosa attività. “La conseguenza di tutto è tutto/ & le parole hanno confini desolati/ & sceicchi affondano il culo in piscine senza senso/ & autostrade morte/ & sole a scacchi./ Ma di colpa non ne hanno le parole.”: le Parole non hanno colpa, e di Parole oggi c’è tanto bisogno, di Parole nuove, di nuove associazioni tra le idee; in altre parole (e scusate il bisticcio) oggi ci manca tanto la Poesia, come mancava ai tempi in cui Pasolini pronunciò quella frase. La Conseguenza Di Tutto tenta coraggiosamente di rispondere a questa “terribile assenza di poesia”, e a me non resta che sperare che anche altri tentino, a loro volta, di farlo, senza rassegnarsi a quella che Thoreau definiva una “vita di quieta disperazione”, senza cullarsi nella sensazione ingannevole che niente serva e tutto sia parimenti inutile, tradendo in un nichilismo senza scopo la grande lezione del Pensiero e dell’Arte che da Nietzsche a Pollock arriva fino ai giorni nostri. Nella poesia di Molinaroli c’è forza, c’è impegno, passione, cuore, e la consapevolezza che “di colpa non ne hanno le parole” e, anche se “il pensiero dà fastidio”, che “abbiamo tutti amato/ qualcosa che non esiste”: ed è per questo che oggi siamo qui. E da qui, occorrerà ripartire.

Vi lascio alcuni link interessanti: per quanto riguarda Simone Molinaroli, qui trovate la sua pagina personale sul sito dell'associazione culturale AssCultPress, qui la pagina della stessa associazione,
"progetto culturale-editoriale-esistenziale", e infine la pagina MySpace di Enduring Poetry, atto performativo e nuova forma di reading portato avanti da Molinaroli con l'apporto della stessa AssCultPress. Per quanto riguarda i SUS, qui la loro pagina MySpace, con i primi quattro pezzi che entreranno a far parte del loro primo album di studio, di prossima uscita. Buona lettura, buon ascolto e... procuratevi questo ep!

Hias ha buttato giù questi tre o quattro accordi alle 13:38
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venerdì, 25 settembre 2009
Piccole novità quest'oggi sul blog del Laboratorio. Per la prima volta pubblichiamo un'intervista e, insieme con essa, guadagniamo quello che diverrà un prezioso collaboratore di questa pagina, Carlo Venturini, bassista dei Ka Mate Ka Ora e, da oggi, membro a tutti gli effetti della redazione... buona lettura!!

Coloro che seguono questo blog con attenzione hanno già sentito parlare dei La Calle Mojada. Non molto tempo fa è apparsa su queste pagine una recensione del loro Ep, So far from winter to fall, da poco
uscito per l'etichetta romana Raise Record. Non è per ridondanza né per carenza di argomenti che ne torniamo a  parlare, bensì perché riteniamo che la band romana sia davvero uno dei segreti meglio custoditi (ci sia perdonata l’espressione) della scena sommersa nostrana. Abbiamo dunque deciso di tornarci sopra, facendo due chiacchiere con Marco Poloni (bassista e voce) e Michele Pollice (chitarra), due terzi de La Calle (l’altro terzo è il batterista Michele Toffoli).
E questo semplicemente perché a noialtri non piace custodire segreti…

Carlo- Solitamente si comincia col chiedere qualche notizia sul nome: perché lo avete scelto (o vi è capitato?), in che modo si collega alla vostra musica…

Marco- La Calle Mojada è il titolo di una canzone di Senor Chinarro, artista sivigliano che noi stimiamo ed apprezziamo. L’amore per la Spagna e l’immagine autunnale di un selciato bagnato (possibilmente in un contesto notturno) hanno fatto il resto. Ci rendiamo conto che non ci siamo facilitati le cose. Quasi tutti La Calle Mojadastorpiano il nostro nome o ci chiedono “Come si dice?”, ma se all’inizio questa cosa era abbastanza fastidiosa ora ci ridiamo su e ci divertiamo a pensare a quanto la gente si possa sforzare, in effetti, per pronunciare bene il nostro nome!
Michele P.- La scelta del nome, in principio, ci ha praticamente lasciati indifferenti… poi ci hanno chiesto di suonare dal vivo e siamo stati costretti a sceglierne uno il più evocativo possibile.

Carlo- Da poco, per l’etichetta romana Raise Records, è uscito il vostro ep So far from winter to fall: dobbiamo considerarlo l’anticipazione di qualcosa di più corposo o dobbiamo accontentarci così per il momento?

Marco- Il primo Ep per un gruppo ha un’importanza fondamentale perche rappresenta il vero e proprio “biglietto da visita” da far girare quanto è più possibile. Noi ci abbiam provato, anche se avremmo potuto fare di più! Non siamo certo molto intraprendenti da questo punto di vista, ed è senza dubbio un limite, caratteriale, di tutti e tre. L’ep è uscito fuori dopo un periodo di gestazione piuttosto lungo, passato tra correzioni, modifiche, decisioni passate con votazioni per alzata di mano…. Alla fine dei conti siamo contenti del risultato ottenuto, anche se l’esperienza accumulata ci fa rendere conto di alcuni “errori” e lungaggini sulle quali non vorremo più imbatterci, e cercheremo in ogni modo di evitare nei prossimi lavori. Entro la fine dell’anno ci metteremo al lavoro per l’uscita del nostro primo album, che non comprenderà nessun pezzo di So far from winter to fall. Cose totalmente nuove che già abbiamo definito nei contorni, e che dovremo fissare nei dettagli.

Carlo- Da quello che date a vedere e che siamo riusciti a percepire, siete piuttosto chiari nel definirvi un gruppo shoegaze e non fate molto per celare le vostre influenze musicali. Non temete che qualcuno possa rimproverarvi di “scarsa originalità”? Come vedete la questione (dell’originalità, intendo)?

Marco- Non ci siamo mai reputati un gruppo shoegaze al 100%. Crediamo di andare ad abbracciare diversi tipi di approcci musicali, e forse questo è un aspetto penalizzante, proprio perche non si appartiene a un “canale” definito, ad una “scena”, parola che odio, precisa. Chiaramente quella musica ha influenzato (e lo fa tuttora) le nostre idee, ma non ci siamo mai curati di quanto questo possa compromettere, in termini di originalità, i giudizi su di noi. Ogni musicista ha dei riferimenti, è normale che sia cosi. È come se uno scrittore non leggesse e non prendesse spunto da qualcun altro, beh non so proprio cosa potrebbe uscir fuori dai suoi libri! Questo è quello che sappiamo fare, punto. Non riusciremmo a fare altro su commissione o perché cambia il vento:ci dovrebbero pagare veramente bene…
In questo momento lo shoegaze è tornato alla luce, fra un po’ tornerà nell’oblio, i famosi cicli che tornano, è normale, sarà sempre così.
Michele P.- Parlare di originalità in un contesto musicale come quello italiano molto spesso è una battaglia già persa in partenza. Ho sempre più spesso l’impressione di assistere a concerti di cover band più che live acts originali. Forse, ad oggi, è più importante il “mezzo” che il “contenuto” in sé…ma, in fondo, sono convinto che una visione (o reinterpretazione) propria e genuina di un certo suono o attitudine alla lunga paghi.

Carlo- La vostra musica è estremamente evocativa, sognante… Quale sentimento o suggestione siete interessati a suscitare in chi vi ascolta?

Marco- Rispondo con estrema sincerità: da parte mia non c’è nessun interesse nel creare un tipo di suggestione o sentimento a chi ascolta, non mi aspetto nulla. L’elemento fondamentale, cosa già difficile di per sé, è far scaturire dalle proprie, di emozioni, una canzone, un’idea, ma non ci si può anche curare di come questo messaggio può arrivare a chi ci ascolta, sarebbe come “pilotare” il nostro lavoro in base ad La Calle Mojada_2una percezione che vogliamo passi attraverso la nostra musica, ed e’ un discorso che non mi piace. Ognuno riceve un messaggio a suo modo, in base alla propria sensibilità o stato d’animo del momento, e va bene così.
Michele P.- Personalmente sono stato sempre attratto dal “lato malinconico delle cose”. La nostra musica ha chiaramente un taglio evocativo e quello che la gente percepisce non è altro ciò che il nostro sound fondamentalmente rappresenta… niente di più. Poi, logicamente, ognuno può vederci (o sentirci) quello che vuole. Più che suggerire una sensazione ci piace sentirci “onesti”.

Carlo- E invece, nella musica che ascoltate, cosa cercate? Cosa vi attira di più?

Marco- Ognuno di noi 3 ascolta cose simili e diverse nello stesso tempo. Di sicuro possiamo dirci tutti degli appassionati, ma in modo anche diverso l’uno dall’altro. Per quanto mi riguarda quel che cerco è quasi sempre emozionalità legata al suono più che alle parole. Riuscire a emozionarsi con un disco o ad un concerto è sempre più difficile, ma le volte che si torna a casa con una melodia in testa, con un feedback che ti ha spezzato il cuore, con un’immagine, beh in quei casi si e’ in pace con se stessi. Penso che l’obiettivo di qualunque musicista sia rimanere nella memoria, anche solo in quella breve, come spesso accade a noi.
Michele P.- L’emotività prima di ogni altra cosa.

Carlo- Non siete una band che pone al centro della propria poetica la “militanza politica” e l’“impegno sociale”. Secondo voi la musica non è lo strumento adatto a denunciare le storture della nostra società o semplicemente non pensate sia questa la vostra missione?

Marco- Beh non ci siamo mai preoccupati di mettere in musica le nostre idee politiche. Io e Michele P. veniamo da un viaggio a Berlino, metteremo sulla pagina myspace le nostre foto fatte con le statue di Marx ed Engels così forse saremo un po’ più espliciti, che dici? No scherzi a parte…è una cosa che non ci interessa, sinceramente. Abbiamo le nostre idee, ma le condividiamo fuori dal palco, lontano da microfoni. Non per questo credo che la musica non sia un buon veicolo per mandare messaggi o sensibilizzare le persone su questioni importanti.
Michele P.-
Citando Bukowski potrei risponderti: “parlare di politica è come cercare di incularsi un gatto”… anche perché non sai da che parte prenderlo e rischi pure di fartici molto male. :D

Carlo- Oltre voi, Roma pullula di progetti che si ispirano a sonorità , per così dire, shoegaze e dream-pop (Sea Dweller e Snow in Mexico, solo per citarne un paio tra i più interessanti): esiste una scena dalle vostre parti?

Marco- Sembrerà spocchioso, ma….la scena siamo noi! A parte gli scherzi…Roma, come tutte le grandi metropoli, è un melting pot di gruppi, generi, diversi canali per ciò che concerne locali e concerti. A livello di musica shoegaze non c’è poi molto in città, e i nomi che hai fatto rappresentano gran parte della “torta”… I Sea dweller sono quanto di meglio c’è in Italia a livello di shoegaze in questo momento, per quel che penso io. Spero che presto se ne renderanno conto in molti. Gli Snow in Mexico sono un progetto nuovo che però al suo interno ha dei musicisti esperti che vengono da esperienze importanti, e anche per loro l’augurio è quello di “uscire” allo scoperto quanto prima, specie coi live: sarebbe fantastico ascoltare “Ride” o “You and my winter” dal vivo!
Michele P.- A Roma non esiste nessuna scena… piuttosto c’è molta gente che suona e, più o meno, siamo tutti amici. Per esempio i Sea Dweller sono uno dei miei gruppi preferiti… ed il fatto di essere amici La Calle Mojada_3mi fa sentire un po’ come Holden Caulfield che avrebbe voluto avere il numero di telefono del suo scrittore preferito per chiamarlo nel cuore della notte. :D

Carlo- Nel suono dei La Calle Mojada emergono con forza suggestioni cinematografiche e anche letterarie. Che rapporto avete con queste 2 arti? Volete consigliarci un paio di libri e film che valgano la pena?

Marco- Il cinema e la letteratura sono chiaramente fonti di ispirazione. Se si pensa che, per quanto ci riguarda, tutto è nato con Rohmer, che omaggia “i racconti sulle stagioni” del regista francese, direi proprio che è un elemento importante, senza dubbio. Beh, a livello di consigli mi sentirei di indicare un film, Gli amanti del circolo polare di Julio Medem e, se ancora non l’avete letto, Una cosa divertente che non farò mai più dell’ immenso David Foster Wallace.
Michele P.- Io di cinema sono sicuramente quello che se ne intende di meno… per lo più per una questione di pigrizia. Al contrario amo la letteratura ed infatti i nostri testi hanno una certa “astrazione narrativa”… e se proprio devo suggerire qualcosa, beh, se non l’avete già fatto, leggete Cattedrale di Raymond Carver e la Versione di Barney di Mordecai Richler!

Carlo- Vi sentite sottovalutati?

Marco- Si.
Michele P.-

Carlo- Chiudiamo con la più facile di tutte: perché suonate?

Marco- Perché ci fa star bene, e di questi tempi non è poco.
Michele P.- Perché ci piace soffrire…

Per chi ama approfondire, qui trovate il MySpace ufficiale della band, dove potrete ascoltare i brani tratti da So Far From Winter To Fall. Buon ascolto!

Hias ha buttato giù questi tre o quattro accordi alle 09:53
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venerdì, 18 settembre 2009
Metafisica? Che metafisica hanno quegli alberi?
Quella di essere verdi e chiomati e di avere rami
E quella di dare frutti al momento giusto, cosa che non ci fa pensare,
noi che non sappiamo accorgercene.
Ma quale metafisica meglio della loro,
che è quella di non sapere perché vivono
né sapere che non lo sanno?


(Fernando Pessoa, da “Il Guardiano di Greggi” di Alberto Caeiro)

Quando abbiamo deciso che Il Perfezionamento Dello Spreco avrebbe avuto un seguito, il titolo di questo seguito c’era già: l’avevo scovato una sera d’estate in libreria, scartabellando tra testi su Pollock (del genere “arte for dummies”, ad essere onesti fino in fondo) e raccolte poetiche di Fernando Pessoa. La Metafisica Degli Alberi, dunque: ma perché? Perché è un disco diverso dai precedenti, perché lo consideriamo una sorta di concept album incentrato sull’idea spinoziana delle “passioni tristi”, quelle che sole sembrano essere le passioni nella nostra epoca, sulla solitudine e sulla città, perché è un disco politico ed esplicito ma cerca di esserlo in maniera differente rispetto al suo predecessore. Per un gruppo che, come il nostro, ha scelto di definirsi “laboratorio”, la dimensione della sperimentazione è essenziale: una volta ottenuto qualcosa di buono (e nel nostro piccolo Il Perfezionamento Dello Spreco lo è stato), l’unica cosa che resta da fare è continuare. Continuare a provare, mescolare, stravolgere, cercare nuove direzioni, senza paura di distruggere qualcosa o di perdere quanto sin qui è stato fatto di bello. Alla fine sono talmente tante le cose che abbiamo cercato di concentrare in questo lavoro (e nel periodo che abbiamo trascorso a scrivere, suonare, registrare, perfezionare, rifare, rifare e ricominciare) che mi sembra sciocco fare un elenco, elenco che sarebbe comunque solo approssimativo: mi piacerebbe dire che ci hanno guidato le pennellate e i dripping di Jackson Pollock, o i tagli sulle tele di Lucio Fontana, o ispirazioni che vanno dai Radiohead all’elettronica glitch, dalle colonne sonore di Angelo Badalamenti alla musica un po’ orientaleggiante al jazz, da Pasolini al dadaismo a Mondrian a Rilke fino a chiudere il cerchio proprio con Pessoa… ma a cosa servirebbe? Al termine di questo elenco, restano solo tante parole accozzate un po’ a caso. Quello che è vero è che abbiamo cercato di cambiare, di evolvere, di cercare nuove strade e tracciare nuove direzioni, e, per una volta, piuttosto che giungere ad una meta, abbiamo tentato disperatamente di perderci un po’. Ne nasce un disco che è, di nuovo, in due versioni, singola e doppia: la versione singola contiene il lavoro vero e proprio, il “concetto” così come volevamo esprimerlo, dieci brani per poco più di quaranta minuti di musica; la versione doppia, oltre al dischetto succitato, contiene un disco bonus con cinque tracce ulteriori, cinque esperimenti un tantino più radicali, nella speranza di offrire un’ulteriore mezz’ora non convenzionale. Dietro tutto questo non c’è, vi prego di crederlo, la mera voglia di stupire: c’è la voglia di dire, la voglia di riscoprire un altro senso della parola Arte, quello che oggi accantoniamo più spesso, la voglia, come sempre, di coinvolgere chi si trovi tra le mani il dischetto strappandolo dalla passività del rapporto “musicista- ascoltatore” cui ogni giorno la rete commerciale che avvolge la musica sembra costringerci. Io non so voi come la vediate, ma personalmente quando mi avvicino all’Arte spero che essa mi indichi qualcosa di nuovo, di diverso, mi apra una strada e mi faccia sentire meno solo: questa è la sola cosa che speriamo La Metafisica Degli Alberi riesca, almeno una volta su un milione, a fare, pur con tutti i limiti di una registrazione, un mixaggio e quant’altro all’insegna dell’artigianalità più totale, oppure facendosi forte proprio di questo suo essere orgogliosamente lo– fi, che per noi significa la libertà di fare quel che ci pare e piace, e per voi… pure! Tra virgolette, abbiamo deciso di dare una forma e un’immagine alla nostra “sala di registrazione” (la trovate qui accanto), ironicamente ribattezzata Eos rec. lo scorso anno da Alessio, come fosse una qualche casa di produzione: non lo è, non nel senso canonico del termine, almeno, forse non ancora, per quanto da questo punto di vista abbiamo in programma una serie di collaborazioni con altri artisti della nostra zona, ma è un po’ casa nostra… e poi l’elefantino ci stava benone! Nel lasciarvi col nostro secondo video (che trovate anche più sotto), e con questo nuovo lavoro, ci sentiamo pertanto di rinnovare l’augurio fatto ai tempi de Il Perfezionamento Dello Spreco: che voi possiate ruminare a lungo su questa musica, anche se sappiamo bene come l’atto del ruminare non si adatti più di tanto all’uomo moderno. Quindi, ruminate ruminate ruminate: e per noi sarà già un successo.

Potete richiedere il cd (singolo o doppio) all’indirizzo mail eoslab@libero.it. Qui e qui trovate invece i video dei primi due singoli estratti da "La Metafisica Degli Alberi". Buona lettura e, soprattutto, buon ascolto!



Hias ha buttato giù questi tre o quattro accordi alle 17:17
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